Resurrection
Titolo originale: Resurrection
Regia: Russel Mulcahy
Uscita: 1999
Attori: Christopher Lambert, Leland Orser, Robert Joy, Barbara Tyson, Rick Fox, David Cronenberg
Durata: 1h 48m
Nazione: Usa
Reperibilità: DVD
Censura: Nessuna
John Prudhomme è un detective della squadra omicidi di Chicago a cui viene assegnato di indagare sul truculento assassinio di un uomo trovato senza un braccio, morto per il suo stesso dissanguamento. A complicare il tutto è la machiavellica scritta “Lui sta arrivando” dipinta col sangue sui vetri della finestra. Gli omicidi continuano ad avvenire e ad ogni cadavere manca una parte diversa del corpo, ben presto Prudhomme realizza che il sadico killer, sta cercando di ricomporre il corpo di Cristo… proprio a pochi giorni dalla Pasqua, dunque dalla Resurrezione.
Russel Mulcahy orchestra tutta l’opera a fatica, disperdendosi nel mare della sua stessa inventiva e nella voglia di narrare incontenibile che sfocia in un inutile estro creativo su pellicola.
“Resurrection” si dimostra come un buon film esoterico con punte di thriller condite col più sano e vivido horror/splatter per la prima mezz’ora, i minuziosi corpi mutilati conditi col sangue a opera d’arte rendono adeguatamente il retrogusto di malsano e demoniaco, poi l’incessante susseguirsi degli omicidi rischia di condurre l’intera opera in sovraesposizione nonché in una sorta di monotonia che rende simili quanto intuibili gli omicidi commessi dallo scalmanato di turno. Il regista di “Highlander” sembra aver perduto quel tocco magico che gli permise di realizzare l’ottimo film sul “ne resterà solo uno”, interpretato -così come in questo film- da Christopher Lambert. Se infatti squadra che cambia non si vince, l’accostamento dei due non ha portato la pellicola ad un successo completo quanto piuttosto ad una semi-disfatta totale.
Nell’oblivio ideologico del film Lambert esprime la sua performance con vigore cercando di caratterizzare a dovere il suo personaggio, ma il trauma per la perdita del figlio di Praudhomme traccia una ferita incolmabile sulla freddezza cui il personaggio cerca di celarsi nella vita di tutti i giorni. La resa umana di questa figura atta a infondere una vena maggiormente drammatica nella pellicola, non fa altro che inondare l’assai esteso fiume del fuoritema in cui tutta la pellicola cade in fallo per più di un’occasione. Il dramma del figlio è puramente costruito ad arte per sostenere la chiusura di “Resurrection” e donare qualche sorta di profondità ad un personaggio di per sé cinico, e senza Dio dalla grave perdita.
Vanno fatti i complimenti per quanto concerne la fotografia, realizzata quasi sempre ad arte tranne che per piccole scene in cui la troppa luce confonde i soggetti e rende visibilmente artefatta l’intera opera.
Accortosi che il terreno della spiritualità è fertile quanto insidioso Mulcahy non poteva far altro che gettare l’ancora in qualsiasi posto si trovasse per tentare di effettuare un cambio di rotta improviso. Se la prima mezz’ora era buona, da lì in avanti l’intera pellicola riversa nella mediocrità di un poliziesco con caccia all’uomo in atto. La bravura dell’assassino nell’adescare le vittime -tutte con 33 anni, e di nome affine agli apostoli- vi sarà solo ed esclusivamente un richiamo, una sorta di ammirazione mostrata da parte di Prudhomme mostrata per l’assassino per la sua dedizione e perseveranza alla ricerca di tutte quelle persone. Ma resta solo un accenno.
Si indaga poco e si scoprono troppo facilmente tutti gli enigmi legati al caso, non si induce profondità né spiritualità, il tutto viene fin da subito mostrato come l’atto di un killer squilibrato.
Ma ciò porta la pellicola al paragone che ogni film non vorrebbe avere: quello con “Se7en”.
La pellicola targata 1995 diretta da David Fincher con Brad Pitt, si dimostra ancora una volta ineguagliabile. Mucalhy nonostante tutta la sua buona volonta, altro non fa che creare un clone di “Se7en”, persino la ritorsione sulla moglie del detective sul finire della pellicola è un altro chiaro segno dell’estinzione in termini pratici di inventiva o di idee originali, lasciate da qualche parte bevendo un caffè o parlando con gli amici. “Resurrection” andrebbe più apprezzato come un poliziesco dai colori forti e dalla regia buona, che per un horror esoterico con qualche aspirazione per il profano. Seppur all’alba del nuovo millennio, il film non fece grande scalpore, e quando si seppe che Russel Mucalhy avrebbe diretto “Resident Evil: Extinction”, i più pregarono che il padre degli immortali riponesse l’ascia di guerra (la telecamera) nell’armadio, avendo visto lo sfacelo delle pellicole successive al suo capolavoro indiscusso.
Certo è che lo stesso avrà in mano il remake di “Mortal Kombat”, al che si potranno aspettare buone cose vedendolo adoperarsi in un filone non horror, per ora le statistiche sono contro di lui: due film horror prodotti, due film a malapena sopra la sufficienza.
E a portarlo oltre tale soglia, oltre la sopracitata fotografia ci pensa la colonna sonora rendendo inquietanti le atmosfere in cui gli avvenimenti prendono piede, tappando i buchi lasciati da una trama risicata tirata come una coperta e da un pessimo montaggio che per più volte fa scadere di tono e forma l’intera pellicola, inducendola in un baratro nel cui resterà in stasi, aspettando la Pasqua per la resurrezione.
6/10
Dennis Trotta













